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L’ORIZZONTE NON CI BASTA - Due amici in moto dall’Italia all’Himalaya

L’ORIZZONTE NON CI BASTA - Due amici in moto dall’Italia all’Himalaya

Tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025, Eleveit e T.ur hanno accompagnato il viaggio di Gianni Fersini e Salvatore D'Emilio, protagonisti di una straordinaria avventura su due ruote con un obiettivo speciale: raccogliere fondi per la ricerca sulle malattie del pancreas.

L'idea era semplice quanto ambiziosa: raccogliere un euro per ogni chilometro percorso, affrontando un itinerario di 10.000 chilometri attraverso Grecia, Turchia, Kurdistan iracheno, Iran, Pakistan, India e Nepal in poco più di un mese.

Un viaggio che ha messo alla prova non solo i motociclisti, ma anche il loro equipaggiamento. Dall'inverno dell'altopiano anatolico al caldo estremo del deserto del Lut, in Iran, passando per l'umidità dell'India e le alte quote dell'Himalaya, Gianni e Salvatore hanno attraversato climi, altitudini e condizioni completamente diverse.
Per affrontare ogni tappa in sicurezza e con il massimo comfort, li abbiamo equipaggiati con calzature Eleveit e capi T.ur pensati per adattarsi a caldo, freddo e pioggia, permettendo loro di concentrarsi esclusivamente sulla guida, sull'avventura e sul valore del progetto.

Ad accompagnarli lungo il percorso:

•    Stivali Eleveit X Privilege E-Dry Enduro
•    Giacca Roadbook
•    Giacca Transfer
•    Pantaloni Niagara
•    Guanti invernali G-ADV
•    Completo antipioggia Roadtrip


Vorremmo però che fosse Gianni Fersini a raccontarvi, con l'ultima pagina del suo Diario di bordo, i momenti di questo viaggio che più gli sono rimasti nel cuore, anche grazie al comfort e alla versatilità dell'equipaggiamento indossato.

"Siamo per le strade di Kathmandu, abbiamo appena imballato le moto per rispedirle in Italia, ma indossiamo ancora i nostri giubbini adventure impolverati e vissuti, come una rassicurante coperta di Linus. Si ritorna a casa dopo circa 40 giorni in sella e, mentre nei vicoli il consueto viavai di motorini intona una sinfonia di clacson e le bobine avvolte da centinaia di cavi elettrici emettono un ronzio che riempie l’aria, nella mia mente scorrono le immagini raccolte nei giorni appena trascorsi.
La partenza dal porto di Igoumenitsa prima che nasca il sole in una freddissima mattina di fine dicembre ed i primi giorni passati veloci, come a mettere più distanza possibile tra noi e casa, per evitare che il pensiero di tornare indietro ci facesse desistere dal continuare ad andare ad est.


Le montagne dell’anatolia centrale e la sera di San Silvestro, quando avevamo impiegato più tempo del previsto per arrivare al dark canyon e dovemmo percorrerlo di notte, senza rendermene conto mi infilai in una pozza di acqua alta un metro. Il clima era rigido, per fortuna gli stivali ressero ed evitai di passare i giorni successivi con i piedi a mollo. Dopo la turchia avevamo visto il confine Siriano ed eravamo stati accolti amichevolmente dagli iraqueni, poi entrammo in Iran nonostante le titubanze dovute alla situazione internazionale complicata. Ma le genti dell’antica Persia ci fecero sentire a casa, trattando il viaggiatore con una gentilezza sconosciuta alle nostre latitudini. Certo, i controlli ed i check point erano pressanti, ma la popolazione era in grado di mettere tutto ciò che aveva a tua disposizione, come quella volta in cui Hussein ci aprì le porte di casa per poterci collegare al wifi. Eravamo sulle montagne che circondano il deserto di Varzaneh, tra Esfahan e Yazd.

Avevamo lasciato l’Iran con il magone di chi ha trovato un paese inaspettato e ci eravamo infilati nell’indecifrabile Pakistan, costretti a stare cinque giorni in una caserma di frontiera aspettando una scorta e bevendo the con le nostre guardie. Nonostante gli intoppi avevamo attraversato anche quel paese; il freddo della prima metà del viaggio aveva lasciato spazio ad un caldo insolito, nel deserto del Lut e poi nel Beluchistan le temperature arrivavano quasi a 30 gradi di giorno, ma per fortuna il nostro abbigliamento 4 stagioni ci permetteva di guidare le moto in sicurezza e di non soffrirlo.
L’India ci aveva accolto con tutte le sue contraddizioni, dalla imponente parata al confine di Whaga alle campagne povere ed inquinate dell’Uttar pradesh, passando per le meraviglie del Taj mahal e per le effervescenti strade di Nuova Dheli.


Infine eravamo arrivati nel paese che puntavamo, il Nepal. Una stretta lingua di terra con caratteristiche uniche, che passa in pochi km dalla giungla tropicale alle vette più alte del mondo. Dal caldo umido a temperature ben al di sotto dello zero del Mustang himalayano. Un clima che mette a dura prova noi, le moto ed il nostro abbigliamento. 
Il susseguirsi dei panorami e dei volti incontrati per strada nella mia testa è un flusso continuo e inarrestabile. Nel frattempo siamo arrivati a Durban Square, il cuore della città di Kathmandu. Delle ragazze ci salutano con un “Namaste”, indossando ghirlande di fiori. Abbiamo il sorriso sul volto, io e Sasà ci guardiamo e senza saperlo diciamo entrambi la stessa frase: quando ripartiamo?"

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